La storia della birra in Italia

Dato l’exursus storico della birra nei secoli in mezzo mondo, mi è sembrato giusto toccare anche la vita della birra nella nostra nazione. La birra è sempre più una bevanda di tendenza tra gli italiani. Il suo consumo nell’ultimo anno è salito a 31 litri pro capite, e soprattutto, assoluta novità, è diventata la bevanda alcolica più bevuta nei pasti fuori casa durante la settimana. A dirlo è la Società di Ricerca Makno, che ogni anno, per conto di Assobirra, monitora gli atteggiamenti dei nostri connazionali verso questa popolare bevanda.

Se la birra oggi è così di moda, va detto che non sempre è stato così: il percorso della birra in Italia è un’avventura complessa e travagliata, fatta di momenti esaltanti e di altri più negativi.
I primi consumatori di birra “italici” furono gli etruschi, che erano soliti pasteggiare con una bevanda chiamata pevakh, fatta inizialmente con segale e farro, poi con frumento e miele. Anche i Romani, influenzati dalle popolazioni del nord Europa, ne apprezzarono il sapore. Tra i suoi estimatori più famosi ricordiamo Nerone e Agricola, il governatore della Britannia. Ma nei secoli, di aficionados importanti la birra ne ha avuti molti: la regina longobarda Teodolinda, Papa Clemente V, il condottiero Federico Barbarossa e il principe Ludovico il Moro.

Il medioevo in Italia:

Per tutto il medioevo e sino all’inizio dell’era moderna propriamente detta, in Italia si era prodotta birra esclusivamante con metodi artigianali, per il raro consumo dei pochi estimatori. Si trattava di produzioni discontinue, legate a fattori strettamente temporanei e locali. La birra veniva vissuta, dal grande pubblico, come una bevanda tipica delle genti del nord, da sempre invasori dell’italico suolo e, come tali, da sempre nemici. Quella loro strana bibita, che nulla aveva a che vedere con il più noto ed apprezzato vino, non poteva quindi non essere guardata come minimo con sospetto. La birra si importava per lo più dall’Austria, retaggio della dominazione borbonica che influenza soprattutto il nord, ed era legata ad un uso elitario, mentre i consumi popolari confluivano essenzialmente sul vino, anche per ovvi motivi di minor costo e di più facile reperimento.
Dobbiamo arrivare alla metà del secolo scorso perché finalmente anche in Italia sorgano le prime vere e proprie fabbriche, organizzate con moderni criteri di produzione industriale. Sono ovviamente opera, per lo più, di intraprendenti industriali d’oltralpe, i quali vedono in Italia prospettive commerciali di sicuro interesse, (i vari Wuhrer, Dreher, Paskowski, Metzger, Caratch, Von Wunster, ecc.) ai quali presto fanno seguito anche commercianti italiani, soprattutto fabbricanti di ghiaccio che vedono nella birra il naturale complemento della loro attività, che si esplicava esclusivamente in estate.
In pochi decenni assistiamo ad un continuo frenetico fiorire di fabbriche di ogni tipo e dimensione, sino ad arrivare, nel 1890, a ben 140 unità produttive.
Nel breve volgere di un ventennio, diminuiscono di nove unità il numero delle fabbriche, ma molte di queste crescono di dimensione e capacità imprenditoriale, in rapporto alla sempre maggiore espansione dei consumi, grazie anche al più accessibile costo della bevanda che può così raggiungere le fasce popolari. La produzione quadruplica e, nel 1910, arriva alla considerevole cifra di ben 598.315 hl. Anche le importazioni salgono, seppure non nella stessa percentuale, toccando 85.934 hl, pari al 13% del consumo nazionale.

La 1° guerra mondiale:

Giungiamo così alla Grande Guerra, e, per tutto il periodo bellico, cessa pressoché la produzione della bionda bevanda, essenzialmente per il fatto che la maggior parte del malto occorrente per la fabbricazione doveva essere reperito all’estero, essendo ancora insufficiente, oltre che di scarsa qualità, il malto di provenienza nazionale.
Dopo le difficoltà dovute allo scoppio della prima guerra mondiale, che comunque porterà in dote all’Italia le città di Trento e Trieste con le loro 8 fabbriche avviate dagli austriaci tra le quali la Dreher di Trieste e la Forst di Merano, gli anni 20 rappresentano l’età dell’oro per la birra in Italia. In questo periodo si affermano infatti aziende che presto diventeranno le grandi realtà industriali del settore (Poretti, Pedavena, Moretti, Wührer, Menabrea, Peroni, Raffo, Ichnusa), la produzione nel 1925 è di 1,56 milioni di ettolitri di birra e anche il consumo pro-capite raggiunge quote interessanti (3,5 l.).
Nel 1920 le fabbriche italiane sono soltanto 58, ma la produzione arriva alla ragguardevole cifra di 1.157.024 hl, ai quali si aggiungono soltanto alcune centinaia di ettolitri di birra importata. Crescono e si consolidano quelle aziende che, nel volgere di alcuni decenni, diventeranno le grandi realtà industriali del settore, come la Wuhrer di Brescia, la Dreher di Trieste, la Paskowski di Firenze e Roma, le Birrerie Meridionali di Napoli di proprietà dalla famiglia Peroni, la Pedavena di Feltre, la Poretti di Iduno Olona, la Moretti di Udine, la Wunster di Bergamo, alle quali fanno corollario una pletora di medio-piccole birrerie, come la Menabrea di Biella, la Icnusa di Cagliari, la Cagnacci di Ancona, la Birra d’Abruzzo di Castel di Sangro, la Dell’Orso & Sanvico di Perugia, la S.Giusto di Macerata, la Ghione & Pogliani di Borgomanero, la Bosio & Caratsch di Torino, la F.lli Di Giacomo di Livorno, la Brennero di Milano, la Raffo di Taranto, la Forst di Merano, e poi ancora la Leone, la Sempione, la Cervisia, la Metzeger, ecc.
A questo punto si scatena la reazione dei vinai che, di quel passo, temono di dover affrontare a breve una crisi del loro settore. Riescono quindi a far approvare dal Governo leggi protezionistiche a tutela dei loro interessi. Così, nel 1927, viene varata la legge Marescalchi la quale, con l’apparente scopo di favorire l’agricoltura, ma con la recondita speranza di peggiorare la qualità della birra, impone ai birrai l’immissione di un 15% di riso. Le tecnologie dell’epoca non consentivano infatti di sfruttare appieno tutte le caratteristiche positive del riso, e la qualità, anche se in minima parte, ne risentiva. Contemporaneamente si inaspriscono le tasse con l’aggiunta di una imposta straordinaria di ben 40 lire per hl. Ma non basta. La legge prevedeva inoltre una apposita licenza di vendita di “bassa gradazione” e ne limita lo smercio al dettaglio esclusivamente nei bar, trattorie e birrerie.  A rincarare la dose, in molti Comuni il “dazio” viene regolato con l’applicazione di fascette sul collo di ciascuna bottiglia, con immaginabili intralci e perdite di tempo che fanno cadere l’interesse dei commercianti verso il prodotto.
L’effetto è immediato, ed i consumi scendono vorticosamente, non tanto per il livello qualitativo, che rimane comunque accettabile, quanto per l’inevitabile levitazione dei prezzi che pongono il prodotto fuori della portata delle masse popolari.

Le prime pubblicità:

Proprio a causa della popolarità raggiunta in quel periodo tra gli italiani, le tassazioni sulla birra si fanno sempre più pesanti, tanto da costringere le aziende ad alzare il prezzo del loro prodotto. Negli anni ’30 si assiste così ad un netto calo dei consumi e della produzione, che porta i birrai italiani a realizzare la prima campagna collettiva sulla birra “Chi beve birra campa cent’anni”.
Nel 1942 nasce il baffo , tutt’oggi icona della pubblicità nostrana, mentre, terminato il secondo conflitto bellico, i consumi tornano a crescere e, dopo la conversione corporativa del ventennio, viene rifondata un’associazione di categoria. Ma sono soprattutto gli anni in cui un nuovo apparecchio entra nelle case degli italiani: la televisione. I produttori ne colgono subito la grande potenzialità e così carosello viene “inondato” di fiumi di birra grazie a testimonial d’eccezione come Fred Buscaglione, Mina e Ugo Tognazzi.
Sino al 1959 i consumi oscillano con alterne vicende, dovute esclusivamente all’andamento climatico della stagione estiva, da 1.500.000 a 2.000.000 di hl, con l’importazione che non supera il 2% dei consumi totali ed il procapite rimane contenuto fra i 3 ed i 4 litri anno. Va detto comunque che sino a quegli anni la birra veniva bevuta in un arco di tempo che andava da marzo a settembre; rientrava, nella mentalità corrente, fra le comuni bevande dissetanti, come le bibite gassate, e come tale veniva consumata esclusivamente al banco. Era addirittura opinione popolare che la preparazione avvenisse con chissà quali misteriosi sciroppi, né più né meno come una aranciata od una gassosa. Nei mesi invernali quindi le fabbriche chiudevano, dedicandosi a lavori di manutenzione e riordino delle strutture.
Dal 1960 sino al 1975 la birra continua la sua avanzata trionfante sino ad arrivare ad otto milioni di ettolitri di produzione, con oltre 570.000 hl di importazione, ed il procapite si attesta intorno ai sedici litri. Finalmente i consumatori hanno compreso lo spirito della bevanda, nobilitandola nella sua giusta dimensione. Gli industriali tirano un sospiro di sollievo: euforicamente ottimisti, già fanno previsioni a lunga scadenza ritenendo che, di quel passo, negli anni novanta sarà possibile superare i 40 litri, posizionandosi su soddisfacenti medie europee, e c’è già chi pensa a potenziare le proprie strutture produttive.
Ma la congiuntura è alle porte, e  nel 1975, colpisce inevitabilmente anche il settore birrario nazionale, mentre, stranamente, l’importazione cresce del 40%.
Come se non bastasse, il Governo decide di aumentare del 50% l’imposta di fabbricazione, con un consistente balzo in avanti dei prezzi al pubblico, la qual cosa, in una economia di recessione, rallenta considerevolmente la ripresa, che sarà lenta e faticosa, ed occorreranno altri cinque anno per risalire ai sedici litri di consumo procapite.
Dagli anni ottanta in poi e sino ad oggi i consumi crescono costantemente di anno in anno.
Siamo ancora lontani dai consumi di birra delle altre nazioni europee; con i nostri 31 litri siamo all’ultimo posto della scala, preceduti dalla Francia (altro paese a forte vocazione vitivinicola) , dalla Grecia e dalla Spagna .Senza considerare Repubblica Ceca e Germania con un consumo procapite rispettivamente di 165 litri e 145 litri all’anno 🙂
Ma il futuro fa ben sperare! Sempre nuovi consumatori si accostano ogni giorno a questa splendida antichissima bevanda, in virtù delle sue caratteristiche di freschezza, bevibilità e digeribilità.

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~ di La Via del Gusto su 5 marzo 2010.

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